Tuesday, November 14, 2006

CHESTERTON Gilbert Keith

CHESTERTON Gilbert Keith (Kensington, 1874- Londra, 1936)










“Il pugnale alato e altri racconti” di G. K. Chesterton. Edizioni BUR, 2003, euro 10.00.(recensione di Ettore Mosciàno).















“Lo svelamento dell’animo umano e la forza della ragione. L’affabulazione culturale e l’eloquenza del polemista. L’intelligenza trasposta nel particolare carattere e nel personaggio di Padre Brown. La sapienza creativa e lo stile della narrazione, l’acume paradossale che l’autore mette in gioco nelle dispute filosofico-letterarie. La piacevole e impressionante attualità dell’ autore”.
di Ettore Mosciàno.

L’onore, la dignità umana, la bellezza, la morte. Tutto sulla Terra è miracolo, così come tutto è battaglia nello spirito dell’uomo. Il ringraziamento per l’esserci su questa Terra e la filosofia della felicità. Chesterton, con la sua verve paradossale, la sua magnanimità e la sua mitezza conquista lentamente il lettore, pagina dopo pagina: è un maestro che conduce alla conquista di valori morali significativi.
Il "Pugnale alato e altre storie" è una raccolta di scritti chestertoniani che mette insieme "I paradossi di Mr Pond" (del 1937, l'ultimo libro di Chesterton, pubblicato postumo), “Il Club dei mestieri stravaganti”, “Il candore di Padre Brown”, “La saggezza di Padre Brown”, “L’incredulità di Padre Brown” e “Il segreto di Padre Brown”.

Le due storie paradossali sono "I tre cavalieri dell'Apocalisse" e "Quando concordano i dottori".
Venti storie e un mondo commisto di fantasia e razionalità: narrativa di stile impeccabile, avvincente; chiara presentazione dei caratteri, analisi psicologica dei personaggi, qualità descrittiva degli ambienti e degli oggetti, rappresentazione tragi-comica degli avvenimenti, grande movimento e gioco delle idee.

Messaggero dei paradossi è Mr Pond, sguardo gufesco e barba a punta, funzionario dei servizi segreti a riposo. La sua intelligenza è una calma sorgente di narrazione intricata, in cui si può riconoscere la mente di Chesterton. Da questa intelligenza vengono fuori storie di esperienze da lui vissute, argomentazioni brevi, quelle bastanti a creare scompiglio e disorientamento, interrogativi alla mente dei convenuti, per poi farli cadere nella perplessità e nell’attesa, verificando gli effetti dello ‘straniamento’ e dello sbalordimento.

“I tre cavalieri dell’Apocalisse”, secondo Mr Pond, novellatore della storia, sono tre mitici cavalieri ussari dell’esercito prussiano. Tutti e tre galoppano velocemente ad una certa distanza uno dall’altro. Il percorso è un sentiero dritto, unico, uno stretto rialzo sterrato in un luogo impervio, appena ampio per due cavalieri affiancati. Ai lati del sentiero vi è solo palude grigia e maleodorante. Il primo cavaliere porta, dall’accampamento alla città, l’ordine di esecuzione capitale, dato da un alto ufficiale dell’esercito, con cui si dovrà giustiziare il poeta e patriota rivoluzionario di Cracovia, Petrowski, rinchiuso nelle carceri imperiali. Il secondo cavaliere viene mandato a rincorrere il primo per fermarlo, su ordine di Sua Altezza il Principe, venuto a conoscenza della condanna e contrario all’esecuzione, perché il poeta (la poesia) rappresenta la figura e l’anima dei sentimenti e della civiltà del popolo; un popolo che ha già conosciuto il poeta nei teatri dell’intera nazione. Il terzo cavaliere viene inviato dallo stesso ufficiale che ha inviato il primo, affinché raggiunga il secondo e lo ammazzi: la patria, secondo l’alto ufficiale, deve essere liberata dalle pericolose idee dei rivoluzionari.
Lungo lo stretto sentiero, in mezzo alle paludi, si compiono due assassinii. Il terzo cavaliere uccide quello che lo precede; ma quando giunge in città il poeta è vivo e fuori di galera. Come mai? – chiede Mr Pond -. L’arcano verrà spiegato ai presenti dopo diverse congetture. Noi non sveleremo l’accaduto per non togliere il piacere di scoprirlo all’eventuale lettore.
Nella seconda storia paradossale, “Quando concordano i dottori”, si racconta di due anziani e rispettati dotti di filosofia morale e di teologia, appartenenti alla stessa confessione protestante: Mr Haggis e Mr Campbell, l’uno calvinista l’altro presbiteriano. Il primo viene trovato morto nel cimitero adiacente alla sua chiesa, pugnalato. Mr Campbell farà la stessa fine nell’aula di anatomia dell’università locale. Ad ucciderlo, con una lama, sarà un suo scrupoloso e intelligentissimo allievo, Angus, compagno al maestro di lunghe discussioni chiarificatrici sui principi della loro comune dottrina. Mesi di compagnia, giorno e notte, serrate e appassionate riflessioni su certi principi teologali. L’allievo Angus ha ucciso il suo professore, ma non ha ucciso il Dr. Haggis nel cimitero. I tre dottissimi filosofi di teologia concordavano quasi su tutto, ma qualche cavillo nelle interpretazioni dottrinali era risultato così importante nella loro testa da richiedere l’omicidio di due persone.
In una tesi messa in bocca al Dr. Campbell, Chesterton gli fa dire:
”Quando un uomo buono è convinto appieno e sinceramente che un uomo malvagio sia un male attivo per la comunità, e che sta facendo del male su una scala così vasta da non essere più controllabile dalla legge o da qualunque altra azione, allora l’uomo buono ha il diritto morale di uccidere il malvagio, e perciò in questo modo non fa che aumentare la propria bontà”.
Questa asserzione così fuori dal senso comune era stata tema e indagine di comprensione e riflessione, motivo di lunghe conversazioni tra il Dr. Campbell e il suo giovane allievo Angus. Angus era un autentico cercatore di verità.
Ciò che vuole farci capire Chesterton è che il rigore del fanatismo religioso e dell’osservanza irrazionale dei comandi militari, del fanatismo politico, possono portare all’assassinio, nella convinzione di agire per un ideale presupposto più alto e importante della vita.

Le tante storie d’investigazione di Padre Brown portano anch’esse messaggi di riflessione etico-religiosa. Per Chesterton, la teologia e la figura di Cristo sono “un sublime romanzo poliziesco in cui l’intento non è scoprire la vittima, ma perché essa sia ancora viva”.
Nel rapporto tra il bene e il male, nella condizione umana, si instaura un ordine sacrale, per cui la redenzione può forse più appropriatamente essere mediata da un sacerdote che veste i panni dell’investigatore.

Una delle prime avventure di Padre Brown è quella che porta il titolo “La Croce azzurra”, in cui il sacerdote incontra il ladro internazionale Flambeau. Padre Brown cerca di redimere il ladro affidandogli compiti di assistenza nel suo lavoro investigativo. Flambeau ricomincia a credere di poter correggere i propri comportamenti. Egli ammira tanto la figura morale di Padre Brown e la forza della sua fede. Da uomo solo e tormentato, preso dai rimorsi, pur nel vigore del corpo e della spavalderia, ha la sua conversione, grazie all’amicizia che gli è stata offerta, al calore umano e al conforto del sacerdote.
Jorge Luis Borges, lettore di Chesterton, ha detto che Padre Brown, sacerdote papista, in una Inghilterra anglicana, era una figura di spicco significativa che, al contrario di quel che spesso accade in questa tipologia di romanzo, era stato creato nemmeno tanto simpatico ai lettori; anzi, al contrario, era stato descritto e presentato come un personaggio dimesso, di aspetto comune, più convincente del molto aristocratico Sherlock Holmes o del cosmopolita Hercule Poirot. Insomma, un personaggio che dà lezione con umiltà, insopportabile a tutti quelli che agiscono intorno a lui, sia polizia inglese sia autorità locali; infatti, al colmo della tensione investigativa, nel nome della ragione e della logica, soppesando casi così malvagi, Padre Brown li orienta sempre, dall’analisi del loro mistero iniziale, verso un fatto influenzato dal demoniaco o dalla magia; e questo irrita non poco i rappresentanti delle autorità costituite.
Padre Brown, oltretutto, non ha "fisico del ruolo"; è un sacerdote basso, miope, dalla faccia rotonda; ma la sua fede è la base su cui si regge tutto l’edificio della sua intelligenza: capire il mistero dell’uomo, di tutti gli uomini, assassino e vittima, mettendosi nella mente e nell’anima di essi per comprenderne pensieri e motivazioni..
Hans Urs von Balthasar vedeva nell’umorismo di Chesterton una provvidenziale risposta e una brillante dimostrazione di stile laico della teologia; poiché : “solo nel cattolicesimo è possibile preservare il miracolo dell’essere, della libertà, dell’innocenza, l’avventura, il resistente e vivificante paradosso dell’esistenza”. Questa citazione viene fornita da Stratford Cadecott, direttore europeo del “Chesterton Institute for Faith and Culture” di Oxford, uno dei maggiori studiosi dello scrittore, nell’introduzione al libro di Chesterton “Il pugnale alato e altri racconti”: una vasta antologia di scrittura paradossale e ironica.

Chesterton, come Conan Doyle, ebbe predilezione per racconti polizieschi brevi, in cui si fa sfoggio di umorismo delicato, di immaginazione straordinaria, al punto che non vi è in essi una sola pagina, come dice Borges, che non dia soddisfazione e gioia.
Di fronte alla vecchiaia, Chesterton ha ancora la gioia che lo sostiene; la gioia in lui non invecchia: “E tutto diventa nuovo, anche se io divento vecchio, anche se io divento vecchio e nuovo”.

Ma chi era Chesterton?

Romanziere, poeta, giornalista e critico inglese, Chesterton fu uno dei più popolari scrittori del suo tempo. Grazie a una instancabile attività letteraria e allo stile paradossale e umoristico egli attaccò, in nome dell’antica civiltà agricola e patriarcale, il materialismo della società industriale e il disfacimento morale dell’epoca tardo-romantica.
La sua fama è legata soprattutto ai romanzi polizieschi dei quali è protagonista Padre Brown, il sacerdote poliziotto, nuovo personaggio in una veste inconsueta ed estranea, fino ad allora, al romanzo d’investigazione.

Chesterton fu prolifico critico e autore di versi, saggi e novelle; con Bernard Show, Hilary Belloc e H.G. Wells, resta uno dei più popolari scrittori dell’epoca vittoriana. La sua attività di letterato è stata ampia e continua. Scrisse più di 50 storie su Padre Brown e pubblicò complessivamente un centinaio di libri.
Nell’adolescenza e fino ai 22 anni, si rivelò un sognatore, un buon ragazzo senza attaccamento particolare agli studi; interessato principalmente al disegno e alla letteratura inglese. Scriveva scene drammatiche e burlesche, leggendo e mescolando gli scritti di Walter Scott e Shakespeare, facendo convergere l’ispirazione fantastica e la ricerca storica.
In tutti i suoi libri vi è una rara abilità descrittiva e una notevole penetrazione psicologica.
La sua cultura in giovane età ebbe sostanziale vigore nei dibattiti che settimanalmente avvenivano in un club, con altri giovani studiosi, sugli scritti di autori proposti da uno di essi. A seguito di questi incontri nacque e fu pubblicato “The Debater”, con le prime prose e i versi di Chesterton. In questo periodo furono molto benignamente valutati i suoi saggi su Milton, Pope, Gray, Cowper, Burns e Wordsworth. Vinse un premio in un concorso con un poema su “San Francesco Saverio” (1892). Dal 1892 al 1895 studiò in una scuola d’arte e nel frattempo tenne letture sulla letteratura inglese presso il College universitario. Il suo amico Lucian Oldershaw, nel 1900, gli fece conoscere lo scrittore Hilaire Belloc. Tutti e tre erano accomunati da curiosità, indagine, difesa del cattolicesimo e amore per la vita.
Nel 1899 Chesterton cominciò a scrivere per il giornale liberale “The Speaker”, poi per “Daily News” e diverse altre testate, tra cui “Illustrated London News”, per la quale scrisse fino alla sua morte.
Chesterton aveva corporatura robusta, era alto, con testa leonina e baffi biondi, camminava portando il bastone.
Il suo primo libro di poesie buffe, da lui stesso illustrato, portava il titolo “Greybeards at Play” e fu pubblicato nel 1900. L’autore immagina l’animo e gli occhi di un bambino non nato, l’oscurità di chi non ha ancora la capacità di vedere le bellezze del creato, di partecipare al gioco della vita, di goderne anche per solo giorno; a lui “fa dire”, se lo lasciassero venire alla luce, quale sarebbe la sua gioia, l’onore di esserci, la grazia ricevuta, che con tanta felicità riconoscente mai si sognerebbe di lamentarsi di fronte alle difficoltà, perché l’esistenza è un bene di per sé; l’alternativa è il buio, il non-essere; all’uomo viene data un’opportunità:

SE SOLO FOSSI NATO

Se gli alberi fossero alti e l’erba bassa
come in qualche strano racconto
se qui e lì il mare fosse azzurro
oltre l’abisso che ci divide
se una palla di fuoco pendesse fissa nel cielo
per riscaldarmi per tutto un solo giorno
se soffice erba verde crescesse su grandi colline
io so quel che farei.
Nell’oscurità io giaccio
sognando che lì mi attendano grandi occhi freddi e gentili
e strade tortuose e porte silenziose
e dietro uomini viventi
meglio vivere un’ora
per combattere ed anche per soffrire
che tutti i secoli per cui ho governato gli imperi della notte
se solo mi dessero il permesso
dentro quel mondo di ergermi in piedi
io sarei buono per tutto il giorno
che avessi da passare in quella terra favolosa
da me non sentirebbero una parola
di egoismo o di vergogna
se solo potessi trovare un varco
se solo fossi nato.

La riconoscente accettazione del rischio della vita, deve portarci ad apprezzare il creato, anche nelle cose apparentemente più insignificanti: i sassi levigati nelle acque, una foglia, un ramo, un raggio di luce, l’alternarsi del giorno e della notte; il mondo ha una sua autenticità miracolosa: è il luogo magico per eccellenza, dove le cose che ieri non c’erano, appaiono, crescono, diventano altro, scompaiono. Ogni essere umano è stella, sole, pianta, pietra, montagna: elementi che stanno per una funzione nell’universo, con le loro utilità, le loro armonie di necessità; e noi con essi, elementi che spesso non abbiamo nemmeno la voglia o non sappiamo ammirare tanta bellezza. Come vedremo poi anche nel poema “La ballata del cavallo bianco”, tutta questa bellezza merita l’armatura splendente di un cavaliere e il coraggio di ogni uomo che accetta, per onore, la sua piccola o grande battaglia nell’affrontare il rischio della vita.

Chesterton ebbe una volontà costante di scrittura, come risulta evidente dalla cronologia delle sue opere:
- “G.F. Watts” (1902);
- “Dodici Tipi”;
- “Robert Browning” (1903);
- “The Napoleon of Notting Hill” (1904, “Il Napoleone di Notting Hill”);
- “The club of queer trades” (“Il club dei traffici illeciti”, 1905);
- “Heretics” (1905, “Eretici”);
- “Charles Dickens” (1906);
- “The man who was Thursday” (“L’uomo che fu Giovedì”, 1908);
- “Orthodoxy” (1908, “Ortodossia”).

“Il Napoleone di Notting Hill”
(1904) fu la prima storia di fantascienza politica, nella quale Londra è vista come una città “brillante” di mistificazioni e loschi affari. Il Napoleone in questione è il sindaco del quartiere di Notting Hill, a Londra. Adam Wayne, questo è il suo nome, è un uomo moralmente integro, generoso, dal carattere deciso, che sfida l’autorità centrale dello Stato inglese per avere la piena autonomia e la sovranità sul proprio territorio contro il federalismo moderato e formale, fondato sulle apparenze, concesso dallo Stato e controllato dalla “Società per la tutela delle Antichità di Londra”. All’arroganza del governo centrale, il sindaco e i suoi amici oppongono il diritto di governarsi localmente ed autonomamente in maniera seria, nella convinzione di difendere, con idealismo romantico di ribellione, i luoghi della propria infanzia e dell’adolescenza, dei giardini e delle memorie, degli amori vissuti in quei luoghi. Storie “sacrali”, per il sindaco, e valori storici di esistenze. “Per che cosa combattere, se non per i luoghi della vita vissuta, dell’appartenenza, e dei propri ricordi? Che c’è di sacro, se la giovinezza dell’uomo non è sacra?”. La popolazione di Notting Hill combatte, sfida l’autorità centrale rivendicando il diritto di esistere, ma viene alla fine sconfitta.
In un finale poetico e commovente, lo scrittore Chersterton tocca e sensibilizza il risveglio del lettore di fronte ai soprusi, incoraggia l’iniziativa ad intraprendere azioni di protesta e di lotta contro ogni tirannia, soprattutto quella che si presenta mistificata ed apparentemente leggera ma che, un po’ alla volta, tende a bruciare i rami del nostro albero dei sentimenti. Ci rammenta anche che vale sempre la pena di combattere, seppure non si sia sicuri della vittoria.
Chesterton ha citato questo lavoro come “suo primo libro importante”. In esso, preannuncia il suo impegno in quella che poi sarà chiamata la “Distributist League”, Nella raccolta di saggi “Heretics” (1905, “Eretici”), Chesterton critica la superficialità culturale religiosa dei suoi contemporanei, i quali poco fanno per approfondire gli studi e conoscere la natura vera della creazione del mondo, della spiritualità insita nell’uomo, che è stata ed è necessità continua ed avvertita, duratura tradizione antropologica. Gli eretici, nei tempi antichi, erano fuori dall’ufficialità della Chiesa, ma rivendicavano essi stessi l’interpretazione vera della dottrina cristiana. Erano le autorità regnanti o le inquisizioni a dichiararli eretici; loro si sentivano più ortodossi della Chiesa a cui si opponevano. L’uomo colto del tempo antico si sentiva al centro dell’universo; attorno a lui si muovevano le stelle…guardava lo specchio del cielo, continuamente. Gli eretici condannati morivano tra torture, convinti di avere una fede più salda e più vera di papi e vescovi.

Oggi si dà “la propria impronta alla religiosità” e le frasi moderne della comunicazione hanno ironia saputa: “Suppongo di essere parecchio eretico”, “Sono ateo…”, “Sono agnostico…” e ci si guarda intorno con tranquillità e disinvoltura, se non con una certa spavalderia, per essere al di sopra delle parti, magari aspettandosi gli applausi, per questo senso di autonomia e di libertà. La parola “eresia” ha perso anche il suo significato di “essere in errore”; oggi, significa “essere coraggioso e di mente aperta”. Anche la parola “ortodossia”, indica dottrina seguita da una minoranza che oltretutto non è nel giusto, ma che “ha torto” rispetto a ciò che è l’ufficialità dottrinale della Chiesa Cattolica.
Tutto ciò porta alla considerazione che alla gente non importa di essere nel giusto; importa, nel migliore dei casi, di costruirsi la propria religione di superficie.
Ci si interessa di tutto, di tantissimi dettagli: in arte, in politica, in letteratura, nelle scienze, nelle forme moderne degli oggetti, nelle varie teorie filosofiche, ecc. ecc.; purché non si arrivi a quello “strano” oggetto dello spiritualità cristiana: l’Universo, nella sua creazione e nella sua consistenza strutturata. Perché l’uomo che propugna queste idee spirituali, essendo un religioso, è un uomo perso tra le nebbie, da tenere a lato o a debita distanza: non è integrata nella collettività disinvolta dell’usa e getta di oggetti, di parole, d’intrattenimento allucinato e divertente. Insomma, alla gente importa un po’ di tutto, per qualità e quantità, eccetto l’intero, tutto quanto l’universo.
L’opportunismo, come scelta del comportamento esistenziale, e la superficialità della conoscenza del reale, hanno prodotto nell’animo umano precarietà di valori, indifferenza, mancanza di compassione, mancanza di bontà e rispetto. La vita, intesa da opportunisti e superficiali, come un bene da spendere egoisticamente ed edonisticamente. La ragione fatta a misura del proprio corpo e della propria alterigia, anziché utile libertà per definire i fondamenti e l’importanza dell’ortodossia, il riconoscersi in una spiritualità fondata, in una umanità bisognosa di conoscersi e riconoscibile, nel rispetto e nella serietà che continuamente mette in atto nell’indagine verso la bellezza e il bene; Chesterton indica il rinnovamento spirituale come itinerario continuo di ognuno.
Nell’introduzione ad “Eretici” scrive: “Le vecchie restrizioni significavano che solo gli ortodossi potevano discutere di religione. La libertà moderna significa che a nessuno è permesso discuterne” (si era agli inizi del ‘900; oggi, dopo cento anni…). L’autore racconta metaforicamente questa storiella del monaco e del lampione a gas:
“Supponiamo che nella strada nasca un gran tafferuglio intorno a qualche cosa, per esempio un lampione a gas, che molte persone autorevoli desiderano abbattere. Un monaco, vestito di grigio, che rappresenta lo spirito religioso del medioevo, è consultato sulla faccenda, e comincia a dire, nello stile degli Scolastici – “Consideriamo anzitutto, fratelli, il valore della luce. Se la luce è buona in sé…” – A questo punto viene travolto, il che è in certo modo scusabile perché non lo comprendono; tutti si lanciano all’assalto del lampione che, in dieci minuti, viene buttato giù; tutti se ne vanno congratulandosi a vicenda per il loro senso pratico così poco medievale. Ma, con l’andare del tempo, ci si rende conto che le cose non vanno così bene. Alcuni avevano buttato giù il lampione perché volevano la luce elettrica; alcuni perché volevano del ferro vecchio; alcuni perché amavano l’oscurità che proteggeva i loro loschi traffici. Alcuni pensavano che un solo lampione non bastasse, altri che esso era di troppo; alcuni agivano per smontare la combriccola municipale, altri perché volevano spaccare qualcosa.
Così si combatte nella notte, senza sapere che cosa si colpisce; e , gradatamente e inevitabilmente, oggi o domani o il giorno dopo, torna la convinzione che il monaco dopo tutto aveva ragione, e che tutto dipende da quale è la filosofia della Luce. Solo che ora siamo costretti a discutere al buio, quel che avremmo potuto discutere sotto il lampione a gas”.
Dice ancora Chesterton: ”La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. E’ una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. E’ una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. (…) Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili”.

“The club of queer trades” (1905, “Il club dei traffici illeciti”), è il libro in cui appare la prima storia poliziesca. Le sei avventure dei fratelli Basil e Rupert Grant si svolgono in un ritrovo in cui costruiscono strani intrighi, giacché per poter appartenere ad esso ci si deve inventare il proprio lavoro.

In “The man who was Thursday” (1908, “L’uomo che fu Giovedì”), romanzo di fantasia paradossale, adattato anche per le scene, viene descritta la decadenza di fine secolo. Il protagonista, Syme, è un poeta che lavora per Scotland Yard; costui rivela una vasta cospirazione contro la società civilizzata. I membri di questa setta anarchica portano i nomi dei giorni della settimana. Sunday (Domenica) ha il carattere più misterioso e dice: “Da quando ha avuto inizio il mondo, tutti gli uomini mi hanno dato la caccia come a un lupo: re e sapienti, poeti e legislatori, tutte le chiese e tutti i filosofi, ma non sono mai stato catturato”.

“Orthodoxy” (1908, “Ortodossia”) nasce da un attacco che Chesterton fece alla filosofia di G.S. Street. Il filosofo gli fece sapere che avrebbe chiarito il suo pensiero quando lo stesso Chesterton avesse chiarito la sua filosofia. La risposta di Chesterton fu il libro “Orthodoxy”, in cui egli puntualizza: “L’uomo sapeva per un cieco istinto che una volta messa in discussione la realtà, la ragione sarebbe stata la prima ad essere discussa. L’autorità dei preti ad assolvere, quella dei papi a definire l’autorità… non erano che oscure difese erette intorno ad un’autorità centrale, più indimostrabile, più supernaturale di tutte: l’autorità dell’uomo a pensare. Noi sappiamo ora di cosa si tratta; non abbiamo scuse per ignorarlo. Se l’antico anello dell’autorità sarà spezzato dallo scetticismo, nello stesso momento vedremo la ragione traballare sul suo trono. Di quanto la religione si allontana da noi, di altrettanto si allontana la ragione. Sono tutte e due, religione e ragione, della stessa natura elementare ed autoritativa (intelletivo-creativa)…Nell’atto di distruggere l’idea dell’autorità divina, abbiamo distrutto per gran parte l’idea di questa autorità umana, la ragione, per cui ci è dato eseguire una divisione di parecchie cifre. Con una fune lunga e resistente abbiamo cercato di rovesciare la mitra dell’uomo pontificante, ed è venuta giù anche la testa”.
L’opera, scritta quando Chesterton non si era ancora convertito al cattolicesimo (il che avvenne nel 1922), è considerata un’attenta riflessione sulla fede religiosa. Non è un libro propriamente di mistica e di apologia, anzi, non è del tutto aderente alla dottrina cristiana. Con una serie di argomentazioni e paragoni, l’autore usa una dialettica formidabile ed un delicato umorismo, una colta intuizione, nel prendere in esame, in maniera convincente e costruttiva, i temi della creazione biblica del mondo, la possibile coesistenza di fede e ragione, l’accettazione del soprannaturale e della divinità.
Con quest’opera, Chesterton usa la forza polemica contro gli intellettuali della sua generazione: da Kipling a G. B. Show, a Ibsen, H.G. Wells, Nietzsche, Dickinson, materialisti, antropologi, neopagani, superuomini, esteti, scientismi, scettici e progressisti in genere.
Gli scritti di “Eretici” e “Ortodossia”contagiarono anche il padre della scienza della comunicazione moderna, Marshall Mc Luhan, la cui conversione al cattolicesimo avvenne anche grazie all’ammirazione che ebbe per le opere e la personalità di Chesterton.
Nel 1909 Chesterton e sua moglie lasciano Battersea per Beaconsfield, nella periferia londinese; e qui restano per il resto della loro vita. Il loro desiderio di avere figli non si realizzò. Più tardi i coniugi adottarono Dorothy Collins, che diverrà la segretaria di Chesterton, nel 1926. Sarà lei a curare tutto il carteggio dell’autore dopo la sua morte.

Nella nuova casa Chesterton ha più agio per ricevere i suoi amici e scrivere:

- “The Ball and Cross” (1910);
- “What’s wrong with the world” in cui espresse le sue idee la sue idee sociologiche;
- “Alarms and Discussions” (1910),
- “Blake” (1910);
- “The Ballad of White Horse” (1911, “Il poema del cavallo bianco”) che molti ritengono sia il suo capolavoro );
- “Criticism and appreciations of Dickens” (1911);
- “The Ballad of Lepanto” (1912, “Il poema di Lepanto”);
- “L’età vittoriana nella letteratura” (1913);
- “L’innocenza di Padre Brown” (1914, comprendente dodici racconti, in cui si trova la maggior parte delle storie più conosciute della serie di Padre Brown);
- “Manalive” (1915).

In “The Ballad of White Horse”
(1911, “Il poema del cavallo bianco”) Chesterton esprime liricamente le gesta del re d’Inghilterra Alfredo il Grande (893). Questo sovrano illuminato aveva liberato Londra assediata dai Normanni, aveva vinto e fatto convertire i Danesi; aveva tradotto Orazio e Beda (“Il Venerabile”, monaco benedettino inglese coltissimo, una delle personalità di maggior rilievo della Chiesa anglosassone). Il sovrano aveva anche compiuto un’importante opera come legislatore, aveva incoraggiato la riforma della chiesa e l’istruzione, fondando scuole. All’origine del testo un sogno che Chesterton aveva fatto e che lo aveva molto colpito emotivamente; al risveglio trascrisse i primi versi apparsi nel sogno e continuò la ballata, detta del cavallo bianco, con molta passione e inconsueta familiarità comunicativa con il lettore. Il cavallo bianco è una figura allungata e snella, che si può vedere in lontananza, sulle colline di gesso del Berkshire. La sagoma è stata costantemente mantenuta netta e visibile, di generazione in generazione, e per millenni, grazie all’estirpazione dell’erba crescente, sebbene tutt’intorno il verde, con i suoi alti ciuffi al vento, tenti periodicamente di coprire l’affascinante e leggendaria immagine. Un simbolo, le gesta di un nobile cavaliere, la tradizione. Il legame storico continuo che, solo per mezzo della ragione, altri uomini che si sono succeduti hanno saputo mantenere saldo, ininterrotto e vivo, attraverso un compito tramandato per la salvezza di quell’immagine simbolo. La luce chiara della sagoma, già vecchia di secoli al tempo di re Alfredo, ha rinascita continua. Nessuno può dire se sia nata venti secoli fa o soltanto ieri, quando è stato fatto l’ultimo taglio d’erba dal giardiniere. Il simbolo è difeso, difesa la tradizione e l’appartenenza
L’abitudine ai compiti che ci viene insegnato dai genitori, la nostra educazione alla bellezza, al rispetto delle tradizioni, sono elementi eccezionalmente importanti, vuole dirci Chesterton. La natura che offre disegni, forme, colore, vita, e si presta ai nostri disegni di ornamento, è espressione complessa e completa in cui rispecchiarsi per mantenerne ed esaltarne la bellezza; e la sua cura, come tradizione, è anche la nostra dichiarazione di bellezza umana interiore, se perpetuiamo l’altra, a cui siamo stati educati. L’abitudine di dire grazie per un buon dolce, dato dalla mamma, dà serenità e armonia: un momento di bellezza e di sorriso, e buon sapore per il bambino; se si disimpara l’educata tradizione, presto ogni cosa perde sapore, valore e bellezza. Non c’è niente che esista per conto suo, se non curiamo con motivata ragione la nostra storia, le nostre tradizioni, l’educazione, la corretta comunicazione, gli oggetti cari.
Il rischio, insito nella libertà umana di operare, è che non si avveri questa speranza. La gramigna potrebbe ricoprire il cavallo bianco. La speranza richiede equilibrio, distanza dal trionfalismo del fare (esaltazione) e dal disfattismo (abbattimento). Il re Alfredo, pur avendo subito una prima disastrosa sconfitta, di fronte alla potenza del nemico chiede alla Vergine Maria di predire il suo destino e l’esito della battaglia.
Il re riceve una risposta che lo invita ad avere speranza, purché convinti che si lotti per una giusta causa. Si può contare unicamente su se stessi.


“The Ballad of Lepanto” (1912, “Il poema di Lepanto”) è forse la sua migliore opera poetica; è stata scritta dopo aver scambiato informazioni sul tema storico con monsignor O’Connor, la figura vivente che Chesterton trasferirà nei racconti polizieschi di Padre Brown.

Chesterton andò in Palestina per visitarne i luoghi, nel 1919. Visitò l’Italia nel 1920, gli Stati Uniti nel 1921-22 e poi ancora nel 1930-31.
La visita in terra Santa fu determinante per la sua conversione al cattolicesimo, nel 1922.
Nel 1927 passò un mese in Polonia, una nazione che desiderava molto conoscere.
In America tenne una serie di 36 lezioni di storia e letteratura vittoriana all’università di Notre Dame; il successo fu tale che venne richiesto a San Francisco, Omaha, Oklahoma City, Nashville, New York, Chicago, Detroit, Philadephia, Boston a altre città.

La fertilità creativa era dovuta al fatto che Chesterton aveva una trentina di contratti con vari editori. Vennero, quindi, altri saggi e libri:

- “Irish Impressions” (1919);
- “The Uses of Diversity” (1920);
- “The Superstition of Divorce” (1920);
- “The New Jerusalem” (1920),
- “What I Saw in America” (1922),
- “Eugenics and other evils” (“Eugenetica ed altri mali”, 1922);
- “The Man who knew too much” (“L’uomo che sapeva troppo”, 1922);
- “Fancies versus fads” (“ Capricci e manie”, 1923);
- “St. Francis of Assisi” (1923,“San Francesco d’Assisi”);
- “The Everlasting Man” (1925,“L’uomo immortale”);
- “Il ritorno di Don Chisciotte” (1926);
- “L’incredulità di Padre Brown” (1926);
- “Il segreto di Padre Brown” (1927);
- “The Catholic Church and Conversion” (1928,“ La Chiesa cattolica e la conversione”);
- “The Thing” (1929, “La Chiesa viva);
- “The Resurrection of Rome” (1930, “La resurrezione di Roma”);
- “Sidelights on New London and New York” (1932).
- “St Thomas Aquinas” (1933, “San Tommaso d’Aquino”).
- “I paradossi di Mr Pond” (1937, fu pubblicato dopo la morte dell’autore).

I suoi libri più fortunati, tra quelli di carattere religioso, furono i saggi: “The Thing” (1929, “La Chiesa viva”), e due volumi di saggistica generale: “Come to think of It” (1930) e “All is Grist” (“Tutto è grano”, 1931; si osservi, cosa strana, che il termine ‘Grist’ può essere la contrazione di ‘Gesù Cristo’).
In questo periodo furono pubblicate anche le riflessioni sul Congresso Eucaristico, a cui Chesterton e sua moglie avevano assistito nel 1932; altri scritti: “Christendom in Dublin” (“Cristianità in Dublino”), gli studi sul poeta e scrittore inglese Geoffrey Chaucer (diplomatico e legale alla corte del Re Edoardo III ed autore, in epoca medievale, de “I racconti di Canterbury”); e poi “St. Thomas Aquinas” (“San Tommaso d’Aquino”).
Padre Gillet, maestro generale dell’ordine domenicano, leggeva pubblicamente gli scritti di Chesterton nei numerosi convegni dell’ordine.
Etienne Gilson (1884-1978), storico francese della filosofia, che nei suoi studi e ricerche indagò gli antecedenti medievali della filosofia cartesiana ed ammise come risultato quasi costante la rivalutazione del pensiero teologico e filosofico del medioevo cristiano, evidenziandone la modernità spesso sorprendente e la ricchezza degli interessi e dei valori umani, disse, a proposito del lavoro di Chesterton su San Tommaso d’Aquino: “Considero il lavoro, senza possibile paragone, come il miglior libro scritto su San Tommaso da una persona dal profondo intuito. Un’impresa del genere può nascere solo da una mente geniale (…) Chesterton è stato uno dei pensatori più profondi che siano mai esistiti”.

C.S. Lewis apprezzò molto gli scritti di Chesterton e fu particolarmente colpito da “Ortodossia” e “L’uomo immortale”.
In “L’uomo immortale”, l’autore, in risposta polemica a H. G. Wells (che aveva pubblicato un “Profilo della storia universale”), pone la figura di Cristo come risultante storica di quella tensione del soprannaturale presente in tutti i miti raccolti dall’antichità. Egli vede l’evento dell’Incarnazione biblica come momento centrale della spiritualità religiosa cristiana e, con stupore e meraviglia, la ritrova in ogni bambino che deve nascere (una persona in due nature), quale reale forma di vita altrettanto miracolosa.

Chesterton rivolge le sue esortazioni anche ai già convertiti; e li ammonisce bonariamente; la fede non deve essere trascurata in quanto la si ha già; essa va curata: i cristiani non sono detentori della verità. L’avventura è continua e pericolosa, e può presentare traumatiche cadute: richiede equilibrio; “i convertiti hanno bisogno continuamente di conversione”; “credo nella necessità di predicare ai convertiti, perché in genere mi sono reso conto che molti convertiti non capiscono la propria religione”.


Resta sempre in Chesterton l’interesse per la politica: passione che già aveva avuto in gioventù. Si fanno più attivi i suoi interventi pubblici e denuncia ogni forma di corruzione; all’occorrenza indica riforme sociali, idee per l’educazione pubblica, criteri per la libertà di stampa e tant’altro. Reagendo contro ciò che riteneva ingiusto nella condizione socio-economica inglese, Chesterton formula un programma chiamato ‘Distribuzionismo’ e organizza, con la collaborazione del fratello Cecil e dell’amico Belloc, “The Distribuzionist League” (“La Lega dei Distribuzionisti”), diffusasi in diversi stati, impegnando migliaia di persone. Con tale lega si intendeva fornire sostegno ai piccoli proprietari terrieri, alle aziende a gestione familiare, ai negozi e alle culture locali, difendendoli dalla potente prevaricazione delle oligarchie economico-industriali e centralizzate.
I tre promotori della Lega presero parte al “Caso Marconi” in cui contestavano a Godfrey Isaac di aver usato Rulus Isaac per ottenere favori ministeriali. Il verdetto della corte in questa complicata lite fu un gentile rimprovero agli Isaac e una piccola multa per l’editore Cecil Chesterton; così piccola, in verità, per le gravi e serie accuse prodotte, che la triade dei Cesterton-Belloc si considerò vincitore morale della causa. Ma il governo si dimostrò benevolo verso Godfrey Isaac, nominandolo Vicerè in India e dando a Rufus Isaac il titolo di Lord Reading.
A 32 anni, nel 1906, G.K. Chesterton era già famoso, riconosciuto in pubblico e nei disegni caricaturali; era già uno dei personaggi dell’attualità, come Joseph Conrad, Henry James, A.C. Swinburne, Geoge Meredith e W. B.Yeats. Il successo che Chesterton si era procurato scrivendo i testi su Dickens e Browning fecero sì che Sir Oliver Lodge lo invitasse a candidarsi alla cattedra di Letteratura all’Università di Birmingham; invito che Chesterton rifiutò.
Famoso, richiesto, non sapeva negarsi. Fu un lettore radiofonico della B.B.C., molto popolare, con circa 40 interventi in un anno, ed ingaggiò discussioni accese con Gorge Bernard Shaw. Criticava la stessa B.B.C. per il suo monopolio, tanto che lo costrinsero a sottoporre ad un controllo preventivo gli scritti di ogni lettura; ma Chesterton, per la sua spontaneità, non teneva gran che conto di ciò che aveva presentato. Questi programmi furono così ben apprezzati dalla B.B.C. che, dopo la loro fine, l’azienda radiofonica lo richiamò per un altro anno, affinché la prestigiosa informazione culturale e l’intelligenza discorsiva di Chesterton potessero raggiungere ancora migliaia di persone che non avessero mai letto i suoi scritti.

Nella Russia sovietica, gli scritti di Chesterton circolavano clandestinamente. L’ analisi economica e politica del capitalismo e del comunismo furono molto approfondite, evidenziati gli errori, duri i giudizi.
Molto apprezzati furono anche gli scritti contro il consumismo, l’ingegneria genetica e la clonazione.
In “Eugenics and other Evils” (1922,“Eugenetica e altri mali”) criticò aspramente la selezione genetica degli esseri umani. L’attualità delle sue argomentazioni è più che evidente, oggi, nei dibattiti pro o contro l’inseminazione artificiale, la duplicazione genetica.
Mentre era a Roma, Chesterton intervistò Mussolini ed ebbe un incontro con il Papa. Nel 1934 ricevette la laurea honoris causa all’Ateneo di Roma e, assieme al suo amico scrittore Belloc, la stella dell’Ordine di S. Gregorio dei Cavalieri del Papa.
Nel 1936, alla morte di Chesterton, il cardinale Hinsley scrisse:”Il Santo Padre è profondamente addolorato per la morte di Mr. Cesterton, devoto figlio della Santa Chiesa, provvidenziale difensore della fede cattolica. Sua Santità guarda con paterna simpatia al popolo inglese, assicura preghiere al caro estinto, conferisce l’apostolica benedizione”.
Il discorso di lode fu pronunziato nella Cattedrale di Westminster da Monsignor Ronald Knox. Un monumento a Chesterton fu eseguito da Eric Gill e la sua tomba si trova a Beaconsfield.

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