Wednesday, October 24, 2007

SCICOLONE Emanuele: "BOLERO" Poesie. Recensione di Ettore Mosciàno

BOLERO di Emanuele SCICOLONE
Editrice Valentina Poesia, Padova. Pag. 135, € 10,00.
(Collana di poesia “Nova” diretta da Stefano Valentini, che ha curato la prefazione del testo. Presentazione di Giuseppe Conte).













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Simbolismo delle immagini ed espressionismo linguistico. Lirismo per iperboli e comparazioni. Un cantore-aedo dell’amore che con forza inventiva mette sulla carta i suoi versi, facendoli “vivere”con decise roteazioni mentali, parole che “avvolgono” i corpi degli amanti e con essi scendono in profondità marine o salgono tra astri notturni, sconvolgendo logiche linguistiche, razionalità e consuetudini espressive. Un esploratore della lingua poetica. Scenari arabeschi.
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Latinità e pathos, globalità di colori e animata natura s’intrecciano tra i corpi degli amanti nella poesia di Emanuele Scicolone. Già nel preludio dei sentimenti che stanno prendendo forma, il corpo dell’amata è visto nella sinergia di possibili scambi passionali; la poesia “s’accende” per iniziare il canto di una natura che disegna ed occupa tutte le forme possibili in cui il corpo femmineo dell’amata può tradursi per il poeta: sinuosità di rilievi, alberi, mare, sabbie, sirene, luna, fiori, colori, movimento…e ritmi, rotondità: prese e ritorni di un “bolero”, da “bola”, appunto, “palla”.
Nel marcato preludio dei versi si avverte l’ansia e la vogliosa pienezza ristoratrice del desiderio amoroso che tutto coinvolge, finanche la paura di non dovere/potere più amare, perché non si è pronti a non più amare.

Vigorìa surreale, della mente e dello stile. Visionaria tensione ed ampiezza d’immagini che s’intrecciano in un coinvolgimento totalitario tra amanti e mondo. Una compenetrazione dei corpi amorosi in tutto ciò che lo sguardo e i pensieri colgono nelle forme e negli organismi di natura, come a voler prendere da essa tutta la forza-passione creatrice-distruttrice possibile, rendendola interna agli amanti:


(da “Preludio degli amanti”)

…….
…….
il vino non è ancora maturo
sui rami, sulle cime dei tuoi seni
nell’anfora segreta dei tuoi fianchi
…….
…….

Ancora non sono pronte le mie mani
a lasciarti andare
nella mezzanotte della marea e delle lenzuola
……
……



E poi, la declinazione inesauribile in versi della passione accesa, realizzata, quando l’incontro con l’amata imprigiona l’anima, le membra, incendia i pensieri…


(da “L’abbraccio”)


…….
…….
Le tue ali erano arcobaleni azzurri
e il tuo corpo nudo
era simile ad una tempesta
nella caverna dei capelli.
…….
…….
quando la chitarra della luna
spande le sue corde buie
nello spartito della stanza

i tuoi occhi ricadono su me
selvaggi come una tempesta in fiamme.
(


da “L’abbraccio profondo”)


Tutta di savane e oro
bella come una sera di terrazze
sei coi capelli sparsi come la luna in fiamme.

Sei semplice come il mondo
nel tuo atteggiamento d’ abbandono:
la primavera fa fiorire il tuo golfo marino

nei tuoi occhi due genziane oscure
bruciano, bruciano
mentre l’incantatore del sole

suona un motivo di serpenti
e fa uscire il giorno dalla sua cesta
ma il cielo già ci guarda con occhi bruni:

un arabesco di calabroni
ha un cappello bizzarro
sopra il mare e le sue ossa.

Sotto il tuono e le sue urla
nella bocca digrignata della tempesta
mi distendo sulle tue labbra

Sotto il salice del tuo pianto
nella tua tristezza di mela
abbraccio la tua bocca con un bacio.



Una gagliardìa inventiva. Un lungo cammino lirico, liberatorio, volutamente espresso in apparenza senza controllo, affinché tutte le sorgenti e i flussi del canto e della passione amorosa siano compresi nella loro viva complessità istintuale.
Viva e mordace la parola che usa Scicolone nella sua intonazione da “cancionero”, in cui teatralmente danza, anche drammaticamente, con l’amata. Forma e contenuto, quindi, teatrali: in prologo, proscenio, scene, intermezzi e chiusura.
La costruzione linguistica e lo stile sono in un meraviglioso limite ritmico-sonoro di figurazioni e comprensibili visioni; non oltre, credo, la lingua poetica possa andare, a rischio di una incomprensibile assurdità.

In “Bolero” siamo ancora tra incantesimi, stupefazioni, sogni e veglia, entusiasmo e perplessità dolorosa, nostalgia, ansia di evasione, intima riflessione, abbandono senza riserve nel timbro delle parole; cromatismo di ebbrezze e vertigine, come in una rapsodia.

Un “Libro de amor” molto particolare, il “Bolero” di Scicolone; certamente costruito con analisi poliedrica di una intimità vibrante, tanto da comporre una solida geometria dei sentimenti. Nutrita e nutriente poesia, di avventura letteraria decisa e martellante, con impulso rappresentativo, forza emotiva, impressionismo per sfumature e colori: una personalità poetica dal timbro molto nuovo.

La struttura del testo poetico ha diverse sezioni; ognuna di esse (l’abbraccio, il bacio, il tango-poema del mare, il gioco-bolero degli amanti, le gighe) diventa di volta in volta elemento di coniugazione e declinazione, ascesi e china dei sentimenti per legature ad atmosfere ed ambienti particolari; come per “L’abbraccio della notte antica”, “l’abbraccio della mattina d’autunno”, “l’abbraccio del vento solitario”, “l’abbraccio dei pianeti che s’inseguono”, “l’abbraccio degli occhi verdi”; e per il bacio: “Il bacio del mare”, “Il bacio dell’amore tragico”, “Il bacio dell’amore antico”, “Il bacio del corpo ardente”; e poi, i canti del tango, i boleri, le gighe e la finale “Romanza dei due amanti”.
Qui si tratta di una poesia ceduta tutta alla passione amorosa, con un uso dei termini linguistici di forte animazione immaginativa, visionaria, funzionale ad una estetica tutta particolare, cervantesiana, in cui il cavaliere Don Chisciotte dà sfogo a tutta la sua inventiva ed immaginazione, nella grandezza e nello spessore della sua passione amorosa, specialmente là dove s’avverte il bisogno impellente di scoprire il sogno, la fantasia, l’ignoto, la follia, l’istinto di portare alla luce la zona in ombra della coscienza umana: il desiderio di una diversa condizione esistenziale, in cui il poeta-uomo vuole realizzare la propria individualità, in un mondo vagheggiato e prefigurato dei sentimenti, mentalmente esplorato.
Dolcezza dei pensieri, amarezza, tragicità, fascino nelle associazioni dei termini che appartengono a sfere sensoriali diverse (sinestesie) e nell’effluvio di parole per esprimere un concetto (iperboli). Vivacità e spezzature linguistiche ricorrenti nelle 13 “gighe”.

La poesia di Scicolone evidenzia prevalentemente un uso connotativo dei termini, ampliando i loro significati ad altri significanti: simboli della natura, dei suoi elementi primordiali, delle sue manifestazioni fenomeniche piacevoli e terrificanti, accostando parole che hanno senso dell’irreale (“il sangue danzava sulle verande” “dove i tuoi occhi/ neri come la tempesta a testa alta/sono caverne”) per dare maggiore valore ed efficacia al verso o per un processo di trasferimento e di trasformazione di significato. Modo efficace ed estroso di trascrivere pulsioni, sentimenti, emozioni; come in:

(da “L’abbraccio nascosto”)

……..
……..
Sul tuo corpo nudo
il mio sguardo
è appoggiato come una coperta

sulla sabbia
i miei occhi corrono
senza vestiti
cercando l’abbraccio dei tuoi capelli.
……
…….



(da “Il Bacio del Sud”)

……….
quando il sangue danzava
sulle verande sotto il chiaro di luna

dove i tuoi occhi
neri come la tempesta a testa alta
sono caverne
dove si muovono i gatti della tristezza
……….
……….
come t’amo come
per la tua pelle bruna
dipinta dalla carrucola arrugginita della mezzanotte

(dolce garofano spezzato)

come trema la tua pelle
bagnata dal mio antico chiaro di luna.



(da “Il Canto della Medusa”)


Medusa, con coralli e argento nei capelli
ti accarezza il mare
durante un giorno di piombo.

Medusa, con due azalee
al posto dei seni
incanti i marinai i porti le polene

la tua bocca di calicanto
bocca innaturale
luminosa segreta come una lampada
……….
………

Medusa dagli occhi grandi e d’oro
sotto le buganvillee
rosse che passeggiano nelle strade

ah, per il miele dei tuoi occhi
dentro attorno attraverso gli occhi
quando il sole li contempla
………..
………..

tieniti stretta a me, Medusa
tieniti stretta a tutta la mia bocca
in questo limoneto di baci
…………
…………



L’epilogo dell’opera è nella “Romanza dei due amanti”: il mare e la terra che “si accarezzano e si amano, si odiano” per onde, flutti, scavi e cavi sottomarini; l’acqua, i frutti e i fiori della terra, il Mediterraneo, la Sicilia, una donna amata. Quante le metafore per accordare i sentimenti e i suoni sulle “chitarre dei capelli” e sul corpo di chi si ama!


(da “Romanza dei due amanti”)

………
………
A sud c’è il Mediterraneo c’è una terra
con i seni primaverili
della donna disegnata sul letto

le sue sabbie i suoi ricci le ciglia
sono pericolosi
come il suo corpo prima dell’amore

a sud c’è un mare capriccioso
ringhia stride strappa
nelle mezze giornate di primavera

tra colonne greche
o cosce di madonne brune
si scaglia sulle coste bagnate

……….
……….
Zingari e Gitani
hanno rubato la luna sopra
le terrazze bianche delle case di Sicilia

madonne brune cantano
suonano motivi antichi d’oro di limoni
rotondi come anelli o sbadigli
……….
………



Onde e corpo del mare, amanti la Terra e il Mare: complici i fenomeni del fuoco e dell’aria. Le onde che accarezzano la battigia e le altre che si scaraventano sulle rocce o che creano marosi. Un’alchimia poetica? Un cammino esoterico?
I due amanti, il Mare e la Terra, “si baciano, fanno l’amore”, combinano e scombinano sentimenti forti e teneri, aspri e terrificanti, come per tutti noi, naviganti, pescatori e spargitori di reti.
In questa visione, la poesia di “Bolero” nasce e costruisce il suo viaggio, che vuol essere metafora della vita, dei sentimenti.

I corpi degli amanti dilatati, materialmente e sensorialmente, oltre le proprie dimensioni fisiche, per comprendere e provare tutte le suggestioni delle forze passionali irresistibili, tra lirismo e paesaggio, emozioni estetiche a tutto campo, in una ipersensorialità daliniana, volutamente complessa, specialmente dove il poeta propone una visione paradossale della combinazione dei corpi degli amanti, con tutte le eccentricità, gli enigmi e i sogni.
Arte poetica e fantasia pura, reazionaria, oltre i paradigmi del reale, per proporre la bellezza con cui coniugare tempi e luoghi, simboli e mitologie.

Il rischio futuro del poeta Scicolone, a mio sommesso parere, potrebbe insinuarsi in una voluta continuità di estraniazione dalla vita reale, in cui il poeta dovrebbe, invece, ogni tanto fare la sua discesa per le indicazioni su come e dove, in quali visioni ed attenzioni, possa avvenire il recupero esistenziale e il rinvenimento di valori etici, nonostante tutto il negativo.

Emanuele Scicolone, nato nel 1981, ha dalla sua parte una esaltante giovanile energia dei sentimenti e un impegno letterario che connotano la sua ricerca ed il suo linguaggio poetico. Come apprendiamo dalla quarta di copertina di “Bolero”, egli è fondatore e ideatore, assieme ad Alessandro Romano, della corrente poetica del “Nuovo Surrealismo Italiano” e della rivista surrealista “La Gardenia”.

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Thursday, July 05, 2007

LEONI Giulio "I Delitti della Luce" recensione di Ettore Mosciàno










“I DELITTI DELLA LUCE” di Giulio LEONI.
(Editore A. Mondatori - Omnibus, 2005, euro 17,00; poi Oscar Mondatori “bestsellers”, 2006, euro 8,80.
La grafica di copertina, accattivante e d’impatto, è di Andrea Falsetti. Azzeccata e significativa illustrazione è la luminescente trasparenza di un negativo del profilo di Dante, in celeste e argento).

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La strana morte dell’imperatore Federico II di Svevia avvolta nei disegni misteriosi degli eruditi personaggi della sua corte e di quelli ad essa esterni. Le discipline scientifiche, filosofiche e religiose nella corte imperiale più illuminata, quella palermitana, che prepara e studia un progetto tecnico-scientifico di grande ambizione: raggiungere “la luce di Dio”. Amici e nemici del principe e del potere papale . Molti tra essi sono a Firenze, cinquant’anni dopo, e tramano vendette. Si commettono vari delitti. Siamo nell’anno del primo giubileo e da Firenze transitano, per andare a Roma, molti strani “pellegrini”. Nelle taverne poco illuminate, e nelle chiese medievali, religiosi, filosofi e assassini.
Affascinante thriller e romanzo storico, visto con gli occhi indagatori di un personaggio unico: il sommo poeta Dante Alighieri, 35enne, nella Firenze del 1300, poco prima del suo esilio dalla città.

La città di Firenze, crocevia per il primo Giubileo di Papa Bonifacio VIII, è attraversata e frequentata nelle sue taverne e nei suoi vicoli, nelle sue chiese e nei conventi, da eruditi filosofi e religiosi, masnadieri e procacciatori d’affari, loschi figuri e assassini. Tutti desiderosi di portare a termine i loro scopi più o meno nobili.
La fede religiosa, severa e lucida dei pochi eletti, e l’arroganza mistificatrice, scientifica e filosofica, di altri. Tutti interessati ed annodati in un mistero iniziato dopo la morte poco chiara dell’imperatore Federico II : l’erudito principe “Stupor Mundi”, che aveva gettato le basi di uno stato laico, staccandosi dal Papato, aprendosi alle culture mediterranee diverse, forse il vero primo uomo del futuro Rinascimento.
Solo a Dante Alighieri, al grande autore ed architetto della ricostruzione storica e della poesia, della visione di una condizione umana e culturale di un’epoca così complessa, come quella medievale, poteva essere dato il compito di indagare in un romanzo come questo de “I Delitti della luce” di Giulio Leoni.


Giulio Leoni ha certamente familiarità culturale e storica con le diverse discipline trattate nel libro, se riesce così bene a calarci in atmosfere suggestive e far riemergere vivamente il carattere e l’intraprendenza, la ricerca della verità attraverso le azioni del sommo poeta, priore a Firenze con il compito di districare il bandolo della matassa.

L’autore de “I delitti della luce”, testo di straordinaria levatura compositiva, ed il poeta della Divina Commedia hanno in comune l’affabulazione e la visionarietà, la scrittura e l’architettura magica necessarie nel ricostruire un impianto narrativo così pieno di valore culturale e strategico.

Immersi, noi anche lettori, fino al collo, e presi dalle reminiscenze degli studi scolastici, dei personaggi incontrati nelle cantiche dantesche e in altri studi disciplinari di filosofia, storia e scienze matematiche e fisiche. Tutti i personaggi sono veramente esistiti.

Un paesaggio culturale di figure delle diverse razze e religioni, come quello composito di ricerca e scambio tra italiani e greci, ebrei ed arabi in area mediterranea, in epoca normanna e siciliana e del medioevo fiorentino.

Avvincenti incontri e quadri in quest’opera letteraria di Giulio Leoni: Guido Bigarelli, il “Magister Summus”, architetto e scultore dei morti alla corte imperiale di Federico II; Arrigo da Jesi, francescano, già professore di filosofia naturale alla facoltà di teologia di Parigi, ex insegnante di Dante, ora nel convento dei Domenicani in Santa Maria Novella, a Firenze; lo scozzese Michele Scoto, il primo degli scienziati della cristianità, alla corte di Federico II; Cecco Angiolieri, il poeta senese delle ingiurie e degli insulti, amante di bagordi e del gioco, il libertino insofferente di ogni legge, quello del “S’io fosse foco arderei lo mondo”; Jacques Monerre, francese di Tolosa, letterato proveniente da Venezia; rappresentanti della famiglia romana dei Colonna; il cardinale Acquasparta, voce del Papa Bonifacio VIII; il maestro Tinca, il più grande vetraio e costruttore di specchi per purezza di materiale e brillantezza: anche lui alla corte di Palermo, scomparso poco prima della morte di Federico II; Elia da Cortona, frate minorita e seguace ed amico fraterno di San Francesco, rifugiato presso la corte imperiale siciliana, scomunicato; le ombre sempre presenti della Inquisizione; le beghe dottrinarie tra domenicani e francescani…

In premessa del suo libro, Giulio Leoni ci riporta al 1240, nel giardino dei limoni della corte imperiale, a Palermo, dieci anni prima della morte di Federico II. Tra le fragranze dei fiori e le luci del tramonto, la brezza marina. L’erudito imperatore si intrattiene con l’astrologo di corte Guido Monatti, lo scienziato e filosofo scozzese Michele Scoto e frate Elia da Cortona. Si discute sulla rotondità della Terra e della sua sospensione, della lontananza dei cieli e degli astri, della distanza dalla luce di Dio. Ci si domanda: si può catturare l’immagine di Dio raggiungendoLo con uno specchio e un raggio di luce?
Una macchina capace di determinare il moto e la velocità della luce. Luce e distanza di Dio.
“Sapere è la misura del saggio. E sapere tutto è l’ambizione più nobile”, dice Arrigo da Jesi, maestro di teologia.

Dove costruire questo osservatorio e il marchingegno? Forse in un castello ben protetto da solide mura, a forma particolare, l’ottagonale Castel del Monte, in Puglia: la costruzione fortificata iniziata e restata indefinita dopo la morte dell’imperatore. Un grande progetto di architettura militare o anche una “dimora filosofale”?

Il principe Federico II, alcuni decenni prima, aveva intrapreso la sua crociata in Terra Santa, pur essendo già inviso al Papa e scomunicato, ottenendo Gerusalemme senza combattere, con un accordo e un patto di amicizia. Il sultano d’Egitto gli aveva regalato una coppa d’oro cesellata. Dalla stessa coppa Federico II berrà, dopo molti anni, i suoi ultimi sorsi. Un simbolico tragico richiamo a quell’accordo ed una punizione per la sua condotta ambigua, l’avvelenamento ventidue anni dopo?
Ciò che Federico aveva in mente, da abile diplomatico, era favorire e fondere in un unico sistema dottrinale le religioni e le filosofie diverse, gettando le basi di uno stato laico.
Poteva significare, questo, escludere la Chiesa dai poteri politici e territoriali dell’Impero?

La conoscenza scientifica, filosofica, letteraria e religiosa, e il potere imperiale di Federico II, doveva innalzare la piramide culturale per salire a Dio. Gli uomini per questo scopo erano tutti a disposizione nella corte. Qualcuno, però, riteneva l’opera diabolica.

Si voleva “chiudere la luce nel cerchio degli specchi per avere l’Oro della conoscenza”, dice ironicamente lo scettico medico Marcello. Ma se l’umanità non avesse questa aspirazione “sarebbe privata della sua dote maggiore, l’insaziata ricerca della verità. L’unica che la riscatta agli occhi di Dio”, risponde Dante nella Firenze del 1300, cinquant’anni dopo la morte dell’imperatore.
“Amore per la verità?!Spesso i cercatori di verità sono mal visti dall’Inquisizione “, replica il medico.
La Firenze medievale, è stranamente frequentata da molti uomini colti che erano alla corte di Federico II.

Il primo Giubileo a Roma, indetto da Bonifacio VIII, richiama tutti costoro per le ragioni dell’anima o perché alcuni di essi stanno tramando una terribile vendetta? Ai danni di chi e per quale motivo?
Una galea ritrovata abbandonata e rotta, bruciata, in secca nelle acque paludose dell’Arno, fuori porta. Gli uomini dell’equipaggio assassinati. Sono tutti? O qualcuno tra essi ha commesso i delitti e si è poi allontanato ? Ci sono pezzi di un oggetto complesso, una macchina strana, giunta con la galea a Firenze in compagnia della morte. Un segnatempo da torre, forse. O che altro?
Il grande scienziato al-Jaziri, il capo degli astrologhi di Damasco, misuratore delle stelle, si diceva fosse impazzito per aver scoperto i confini di Dio con l’astrolabio regalatogli dal sultano della sua città. Impazzito o nascosto, ucciso forse anche lui, appena prima che avvenisse la morte dell’imperatore Federico II.

A Firenze, il priore Dante, regolatore del potere esecutivo, viene chiamato dal bargello, il capo delle guardie, ad indagare sui delitti e sulla sconosciuta macchina. S’interrogano gli stranieri presenti in città, si scruta nella Taverna dell’”Angelo Caduto”, frequentata da pellegrini di transito per Roma, ma anche da loschi individui. Anche in questo luogo, inaspettatamente, si ripetono diversi omicidi. Alcune carte, pergamene, disegni vengono ritrovati addosso ai malcapitati avventori uccisi.
Il primo a morire, all’interno della cella di una vecchia torre, a Firenze, è l’ex-architetto di corte di Federico II, Guido Bigarelli, il “Magister Summus”.

L’aristocratico Guido Cavalcanti è già in esilio da Firenze per le sue beghe politiche, ma nelle sue terre, fuori città, un incendio di vaste dimensioni ha lasciato neri residui di mura in costruzione, a forma ottagonale. Le pergamene ritrovate sui corpi degli assassinati sono anch’esse disegnate con forme ottagonali, come il Castel del Monte in Puglia, la residenza dell’imperatore. Una ricostruzione del castello imperiale dislocata a Firenze? Voluta da chi? Perché ora viene incendiata?

Otto specchi, tanti quanti sono i lati della costruzione ottagonale, tutti di inarrivabile fattura, di purezza cristallina, inimmaginabili per spessore e lucentezza, sono arrivati di nascosto a Firenze. Dante li ritrova e li nasconde; consulta il maestro vetraio Arnolfo per conoscere l’identità di chi abbia potuto operare con tanta maestria nel realizzare quei materiali. Qual è la loro funzione ?
Solo il maestro Tinca, l’ex-vetraio dell’imperatore, anch’egli sparito misteriosamente, poteva forse sapere il segreto per fermare la luce negli specchi: “fermare l’ultima immagine, catturarla e fissarla sullo specchio” con un impasto alchemico di sali che componevano il vetro; “ponendo l’oggetto davanti al suo specchio per molte ore, in piena luce”.
Un castello ottagonale, otto specchi particolari, il riflesso di un’immagine da catturare. Gli astri? L’ultima luce? La prima e infinita? Dio?

Federico II e il suo ingresso trionfale, come re di Gerusalemme, dalla porta di Damasco, dopo l’avvenuta concessione a lui di quella terra da parte del sultano. Si era in presenza dello “Stupor Mundi” o dell’”Anticristo”?
Un allegoria sconcia, secondo Marcello il medico, ciò che aveva visto allora, cinquant’anni prima, e che ora racconta a Dante: l’imperatore Federico, in piedi, su un carro contornato da simboli ambigui, trainato da buoi coronati d’alloro, con al seguito schiavi incatenati. Federico reggeva con una mano la coppa d’oro e con l’altra la briglia di un centauro, cavalcato da un essere mascherato da Giano bifronte. Sette fanciulle con le fiaccole accese, seguite da sette anziani coronati e da altri sette coperti di segni celesti. Cinque donne lascive e velate, con le fiaccole spente, che circondavano tre uomini recanti ciascuno un libro. Una simbologia oscena o una allegoria della scienza e della sapienza alchemica?
A chi intendeva correttamente l’antica simbologia non poteva sfuggire il vero significato degli elementi e scambiare il sacro con il profano.

Un complesso teatro di eventi, richiami storici, erudizione, quello di Giulio Leoni.
Una lettura scorrevole e avvincente, in clima culturale di alto e significativo livello. Molti dialoghi ben coordinati, descrizioni e terminologie adeguate all’epoca ed agli ambienti in cui la narrazione si svolge tra misteri, documenti e macchinari.
Una trama fitta, valida e coerente, in cui i personaggi, ben caratterizzati, presentati attraverso le loro azioni, e funzionali al procedere della storia, si muovono in una catena di eventi ben sintetizzati in un filo logico.
Lo scrittore Giulio Leoni ha creato scene vive, con passaggi rapidi tra ambienti interni ed esterni, l’alternarsi di dialoghi e narrazione.
Il tutto viene fatto vivere al Sommo Poeta in prima persona, come rompicapo intellettuale, per intrigo e azione. La struttura narrativa viene delineata in sequenze quotidiane che l’investigatore Poeta-priore sviluppa nell’arco di tempo di una quindicina di giorni, nel caldo mese di agosto. Ritmo e toni che suscitano impazienza al lettore, ansia di andare avanti.

Discorsi diretti e monologhi interiori dei personaggi ci introducono nel loro modo di pensare; molte le riflessioni che passano nella testa di Dante, in “quadri” della vita sociale e politica del tempo, e che preannunciano e segnano, nella immaginazione del Poeta, i personaggi dell’opera immensa e sublime, la “Divina Commedia”, che egli scriverà pochi anni dopo, esiliato da Firenze.
Il meccanismo dell’autore è ben congegnato per sapienza e lettura storica. Una vera e pregnante scrittura narrativa per un lettore volenteroso, oggi, nella nostra epoca di così debole attenzione ai valori significativi della comunicazione e della cultura umanistica.
Non vi è solo ideazione nella scrittura di Giulio Leoni, ma idealità, valore finalizzato aggiunto nel contornare di bellezza l’impianto umanistico narrativo: un tassello del mosaico letterario di una dimora storica e filosofale.
Bisognerebbe invitare gli studenti a questa lettura prima di iniziare quella della “Divina Commedia”.

Leoni dice di essere amante della poesia e della materia esoterica, della astrologia e dell’illusionismo, delle avanguardie artistiche, delle culture al limite del conosciuto, degli spazi suggestivi. Sembrano tutti argomenti di un giuoco psicologico parodistico e paradossale, da “magicien”, come si potrebbe pensare riduttivamente. Non è così: dietro l’apparente sipario della manipolazione dei giuochi si percepisce un grande ingegno legato a diverse ed approfondite discipline.
Giulio Leoni ha già “impiegato” il Sommo Poeta, come investigatore, in opere precedenti :“I Delitti della Medusa”, con il quale ha vinto il Premio “Tedeschi”, nel 2000, e “I Delitti del Mosaico”, del 2004.
Con “I Delitti della Luce” l’autore chiude la trilogia in cui si ha per protagonista e investigatore il Poeta Dante.
Leoni è professore di storia e letteratura italiana. Collaboratore di riviste noir (“Il Falcone maltese”). Ha scritto libri gialli (“E trentuno con la morte…”, “La donna della luna”, entrambi nei “Gialli Mondatori”; quest’ultimo è ora di nuovo in libreria come “bestsellers”, sempre per le edizioni Mondadori).


Ettore Mosciàno










Castel del Monte ad Andria (Bari)



































Palermo.Palazzo dei Normanni
(Imperatore Federico II)

















Astrolabio















Astrolabio moresco

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